mercoledì 21 febbraio 2018

Di lessico famigliare 6



"Se un terremoto durasse tanto!", così urlava la Nonna Devota, madre della Genitrice, se qualcuno non accorreva immediatamente se lei lo chiamava perché aveva bisogno di qualcosa o se non si era veloci a fare quanto da lei richiesto.  Del resto lei aveva vissuto il terremoto del 1908 ed era pienamente consapevole delle conseguenze di una scossa prolungata.
A questa frase Dolcezze pensa spesso, mooolto spesso e altrettanto spesso la ripete.
Infatti, se esiste una perversa punizione, un rigido contrappasso, una sottile vendetta per l'iperattività di Dolcezze, questa è incarnata esattamente dall'Erede. Ciò che dai comuni mortali è eseguito in un minuto, da lui è realizzato in mezz'ora, ma, dato che per tutte le attività che lo interessano è attivissimo e organizzatissimo, Dolcezze ha concluso che la sua lentezza è funzionale al non fare nulla (o comunque il meno possibile) di quanto richiesto alle sue energie. 
Se lo chiami perché ti porti una bottiglia, fai prima ad andare alla sorgente, se gli chiedi di andare a comprare qualcosa, stai certa che passerà un'ora e tu sarai già uscita tre volte per fare la stessa cosa. Insomma la strategia è chiara: ti prende per sfinimento e fa un decimo di quello che dovrebbe.  Il suo accesso in bagno suscita timore e tremore, la sua vestizione è degna di quella del Giovin Signore, il suo incedere, lento e solenne, ricorda l'avanzare del Re Sole. 
Effettivamente, "Se un terremoto durasse tanto", anche la città meglio costruita crollerebbe. 
Ecco, Dolcezze non è più una città costruita bene: travi arrugginite compaiono qua e là e la sua stabilità non è più una certezza: questo terremoto la sta logorando.

giovedì 15 febbraio 2018

Di scuola: post triste



AVVISO AI NAVIGANTI: il post che vi avviate a leggere è serio, ad alto indice di scoraggiamento e disillusione e nasce da una triste discussione avuta con un amico sere fa.

Maestro elementare, a 65 anni suonati, ha visto svanire il sogno della pensione e si è dimesso. Non ha fatto ricorso a mezzucci salvastipendio, quali il certificato di un medico compiacente o la richiesta di aspettativa, per non andare a lavorare pur mantenendo le sue entrate: ha detto basta e vivrà coi suoi risparmi fino al raggiungimento dell’età giusta della pensione, 67 ANNI e passa. “Non ce la posso fare. Il mio mondo non è più quello dei bambini di oggi. Mi aggiorno, mi informo, ma io sono un uomo della metà del secolo scorso, un uomo primitivo in una navicella spaziale. Non ho più niente da dire. Non parlo più la stessa lingua…e non ce la faccio più. Ho dato tanto alla scuola, ai bambini…ma ora sono arrivato. Vorrei avere un po’ di tempo per me (dopo più di 40 anni di levatacce all’alba, di navi, di treni e di macchine), vorrei poter fare un viaggio in primavera, vorrei non avere più quaderni da correggere e recite di Natale da preparare, prima di finire in qualche ospizio col pannolone”.

Non me ne intendo molto di economia, ma è chiaro che capisco bene che il sistema pensionistico pre-Fornero non è più sostenibile. Quello che, invece, non capisco affatto è come sia possibile mantenere al lavoro (e nell’insegnamento in specie) chi ha ormai esaurito le sue energie, anche perché ne ha impegnate tante in più di 40 anni di attività.
Immagino già le contestazioni: “Ma l’insegnamento non è un lavoro pesante! Non è come lavorare in miniera!” E qui parte la solita tiritera sui 3 mesi di ferie e sul lavorare mezza giornata, su cui non mi esprimo (è una causa persa!), visto che lo stesso Amato Bene, che pur vede che l’impegno scolastico è continuo, con pomeriggi a scuola per le varie attività e con sabati e domeniche a correggere compiti e pianificare lezioni e verifiche, sostiene che LuiLavoraMoltoDiPiù.
Il punto è che non c’è solo un’usura fisica, ma anche un’usura mentale. L’insegnamento è indubbiamente il lavoro più bello del mondo per me (altrimenti non l’avrei scelto), ma la velocità con cui il mondo cambia, i ragazzi cambiano, le famiglie cambiano comporta uno stress difficilmente spiegabile a chi non è del ramo.
A ciò aggiungi la continua svalutazione del lavoro del docente: in un contesto in cui tu vali per quanto guadagni è ovvio che l’insegnante, che guadagna poco, valga poco. Lo provano anche i risibili aumenti dell’ultimo contratto: è vero, siamo tanti, non ci sono soldi, ma è triste che il tanto pubblicizzato “obolo” forse consentirà solo una pizza per tutta la famiglia (di ristorante non se ne parla neanche).
La morte dell’autorità genitoriale ha portato alla perdita di autorevolezza di tutte le istituzioni, la scuola in primis. Se al genitore si è sostituito il genitore-amico, l’insegnante non ha più la stessa aura sociale: in fondo è pagato per fare quello che fa e, quindi, nella logica del cliente che ha sempre ragione lui ha sempre torto: o non comprende il povero fanciullo, o pretende da lui contenuti ormai non indispensabili, visto che esiste la possibilità di trovare in rete tutte le informazioni (che poi l’allievo non abbia più la capacità di decodificare le notizie assunte su internet è un problema secondario), oppure è troppo esigente.
L’essenziale è che lui abbia torto. Ecco che il genitore viene a contestare il voto, o denuncia presunti torti in Dirigenza, o, peggio, malmena il docente colpevole, per non parlare dell’alunno che ha sfregiato l’insegnante solo perché voleva interrogarlo. Povero ragazzo, lei avrebbe dovuto smetterla di vessarlo alla fine del quadrimestre: se l’è cercata.
Si sta perdendo il senso della funzione educativa e sociale della scuola, che è veramente la riproduzione in piccolo della società, si sta perdendo il senso dell’insegnamento, sommersi come siamo da una montagna di scartoffie inutili che fagocitano ore intere, si sta perdendo la bellezza del tramandare saperi ed esperienze, perché il tempo scuola troppo spesso è impegnato in attività certamente utili (alternanza, conferenze, orientamento et similia) che comunque distraggono.
Si sta, soprattutto, perdendo l’entusiasmo perché, se io vivo in una condizione privilegiata, con classi impegnate e attente, non posso non vedere quello che c’è intorno, la progressiva distruzione del sistema scuola, che parte dal Dirigente non più Preside, per continuare con la pseudo valutazione del docente, per finire con l’abolizione del voto di condotta già prospettata dal Ministero.

A riguardo, mi permetto di fornire alle Autorità Superiori altre idee per migliorare i rapporti discenti-docenti-famiglie:
  • eliminazione del voto: in realtà non dice nulla della preparazione dell’alunno, ma è solo fonte di stress per tutti;
  • inizio delle lezioni alle ore 10 e fine alle ore 13,30: sicuramente l’allievo sarà più attento e produttivo, se non è costretto ad odiose levatacce o a restare a scuola quando ha fame;
  • niente compiti in classe, a meno che non siano test a crocette: i saperi si possono verificare in modi meno invasivi, ma non con le interrogazioni, per carità…basta qualche domandina qua e là;
  • niente compiti per casa: si apprende a scuola, se l’insegnante è bravo: non c’è bisogno di ulteriore impegno a casa che impedisca ai fanciulli di occupare i loro pomeriggi in maniera più costruttiva, organizzando tornei di Playstation o maratone di serie tv o anche, in subordine, in sport, inglese e piscina;
  • fine della scuola il 31 maggio e inizio il 1 ottobre, come una volta: giugno e settembre sono i mesi migliori per andare in vacanza a prezzi scontati, per giunta.
In questo modo ne trarrà vantaggio anche l’insegnante che forse, finalmente, a casa non dovrà più correggere montagne di fesserie e a scuola non dovrà ascoltare sempre le stesse cose, potrà evitare di partire in vacanza nel caldo torrido di agosto, quando aerei e alberghi hanno tariffe intoccabili per il suo stipendio e, finalmente, non verrà valutato per il suo lavoro dai risultati dei suoi allievi.







sabato 10 febbraio 2018

Di come ti travesto il Cucciolo 5: Asso di cuori



Dato che il Cucciolo è entrato alla scuola media, Dolcezze pensava di aver chiuso coi vestiti di Carnevale.  Niente di più sbagliato: la nuova classe è estremamente festaiola e ogni occasione è buona per organizzare incontri e danze.  Inevitabile il "veglione" (fino alle 21.30) di Carnevale, ovviamente in costume. Dolcezze pensa e ripensa e, secondo tradizione, con la modica spesa di 6 €, appronta un Asso di Cuori


Compra 1 foglio di gomma crepla (1€) e una maglietta interna di caldo cotone (5€) misura XL (così poi la riciclerà per l'Amato Bene), tira fuori la scorta di pannolenci, scarica un po' di immagini da Google,  con cui fare le dime...



e procede. 

Una serata di Festival e il costume è pronto. 



Basta poi ritagliare nella gomma crepla un cuore, creare i fori per gli occhi con un temperino...e voilà.


Dolcezze è convinta di avere avuto un'idea geniale e originalissima e urbi et orbi condivide la sua meravigliosa creazione, finché Sorella le dice: "Veramente carino! Ti ricordi che anch'io mi ero fatta un vestito del genere qualche anno fa?" E le invia la prova fotografica. "E comunque io l'idea l'avevo presa in rete, dove gira da un po’..."
Dolcezze, profondamente ferita nel suo orgoglio, dà una controllata…e si rende conto che quest'anno non è particolarmente originale.
Pazienza. 
La banalità della creatività.