domenica 28 agosto 2016

Di vent'anni dopo




foto dal web
Vent’anni fa ero una neomamma distrutta da un parto laborioso, oggi sono una trismamma distrutta dalla complessa quotidianità.
Vent’anni fa accoglievo con timore e tremore tra le braccia un cucciolo d’uomo, oggi sei tu che mi accogli tra le tue braccia grandi.
Vent’anni fa ero terrorizzata nel timore di non capire i tuoi bisogni e le tue necessità, oggi…uguale.
Vent’anni fa eri uno scricciolo urlante e affamato, oggi sei un gigante urlante e affamato.
Vent’anni fa non dormivo per aspettare l’ora delle poppate, oggi non dormo aspettando il tuo ritorno, quando sei fuori.
Vent’anni fa la mia giornata ruotava attorno ai tuoi bisogni, oggi pure.
Vent’anni fa mi guardavi con occhi innamorati, ora ogni tuo abbraccio è una sorpresa.
Vent’anni fa dipendevi in tutto da me, oggi fai finta di non avere bisogno di me.

Vent’anni dopo siamo diversi tutti e due: io studio da mamma, ma il diploma è ancora lontano, tu studi da uomo e sei sulla buona strada.

Buon Compleanno, Erede, e buon tutto.
Mamma

venerdì 26 agosto 2016

Di paure e di incertezze



 
dal web
“Mamma, tu hai detto che le nostre case sono costruite con …non mi ricordo come si chiama”

“Cemento armato. Sì, dopo il terremoto del 1908, c’è l’obbligo di costruire strutture antisismiche”

“Mamma, ma siamo sicuri che casa nostra sia così?”

“Certo” (speriamo)

“E anche casa dei Nonni?”

“Quella sicuro! E’ stata costruita subito dopo il terremoto”

“E la scuola?”

“Spero proprio di sì”

“Ma sei sicura che non possa succedere anche da noi?”

“Purtroppo no. Da noi è molto facile che si verifichino terremoti. Ecco perché le nostre costruzioni sono tutte di cemento armato”

“E perché in quei paesi non erano così?

“Perché erano case antiche, costruite tanto tempo fa”

“Mamma, ma io ho visto anche case nuove crollate!”

“…”


“E se c’è da noi che dobbiamo fare?”

“Non te l’hanno detto a scuola?”

“Sì, dobbiamo metterci sotto i banchi e poi cercare di uscire fuori”

“Giusto”

“Ma tu sarai con me?”

“Mammina, non lo so. Se io non ci sarò, tu fa’ quello che devi”



“Mamma, ma io ho paura”

“Anch’io”



Questo è il dialogo tra Dolcezze e il Cucciolo, che non vorrebbe vedere il telegiornale e vuole stare sempre attaccato a lei.  
Ma anche Dolcezze è turbata, tanto per i morti e la distruzione, ma anche tanto perché lei e la sua gente coi terremoti ci convivono da sempre, perché i racconti del Nonno rimasto per 4 giorni sotto le macerie della sua casa insieme ai cadaveri del padre e del fratello e quelli della Nonna portata in braccio dai marinai russi sulle navi hanno accompagnato la sua infanzia e la sua fanciullezza, perché un paio di terremoti molto forti li ha vissuti anche lei, e se può raccontarlo è proprio per quelle case costruite bene.  
Sa bene, però, che alla forza della natura, quando è devastante, non basta opporre case costruite bene.
Sa bene che non ci sono altre strade se non quella della prevenzione, ma sa pure bene che non c'è certezza di niente e nessuno può pensare di essere al sicuro, nonostante la cura e l'attenzione. 
Questo dà all'esistenza quel senso di incertezza e precarietà che la sua gente conosce fin troppo bene.
Per questo non saranno solo le case a dover essere ricostruite.


giovedì 18 agosto 2016

Del pane della memoria


Se mi chiedessero quale sapore evoca in me l’infanzia, non avrei dubbi: il pane della zia.  



Erano grandi pagnotte, che la zia impastava nella grande madia di legno. C’era un rito ben preciso: la zia raccoglieva i capelli in un fazzoletto, indossava un grembiule, faceva il segno della croce e cominciava. Intanto andava a prendere dalla dispensa la tazza bianca e blu, sbreccata, che conteneva il lievito madre (‘a levatina ), prendeva la brocca con l’acqua tiepida, faceva la fontana, al centro scioglieva il lievito con l’acqua e via via incorporava tutta la farina, poco alla volta. Poi cominciava ad impastare, con forza, a lungo, faceva riposare l’impasto, riprendeva la lavorazione, faceva le pieghe, poi “i pugni”…e a questo punto entravo in gioco io, quando ero al paese. Mi alzavo presto per poter partecipare: era il mio momento di festa e, sullo sgabellino, spingevo con forza i miei pugnetti in mezzo a quella massa molle e profumata, che mi si attaccava alle mani e cambiava continuamente forma: ora era un drago, ora era una torta, ora era un castello. Mi sarebbe piaciuto giocarci, ma la zia diceva: “Trattala con rispetto: la pasta è viva e dà vita”.
Poi preparava “il letto”…ed era un letto vero, sul quale venivano poste prima le tovaglie di lino grosso, tessute in casa, poi una spolverata di farina, poi le pagnotte, tutte con sopra incisa una croce, poi altre tovaglie e poi le coperte di lana grezza e dura. E poi si aspettava...il lievito madre richiede tempo e pazienza, non è fatto per i ritmi moderni del tutto e subito.
Poi cominciava la preparazione del forno; si portavano le fascine, si lasciavano bruciare poco a poco, finché i mattoni interni diventavano bianchi. Allora con la pala si spingevano le braci da una parte all’altra, perché tutto il forno avesse la giusta temperatura, e poi si mettevano da canto o si toglievano per introdurre, finalmente, la pasta lievitata. E lì avveniva il miracolo: in breve si spandeva un profumo che faceva venire l’acquolina in bocca e ci mettevamo ad aspettare. I pani uscivano uno alla volta, subito messi in piedi in cesti di vimini coperti di tovaglie a quadretti. Intanto la zia friggeva delle focaccine di pasta lievitata che poi cospargeva di zucchero e mi dava da mangiare calde calde.
Io godevo di quel pane, che ancora sogno di mangiare (bene, bene, sognare pane è di buon auspicio), ma solo ora ho compreso ciò che c’è dietro, ho compreso, soprattutto, la cura richiesta dal lievito madre, che dev’essere coccolato e accudito quasi come un bambino piccolo, che muore se non lo nutri e soffre se è trascurato. 

Da qualche mese ho ripreso la tradizione. La CollegaVicina mi ha dato il lievito madre e anch’io panifico. Anche se la fatica dell’impastare è ridotta dal Bimby, mi piace lavorare la pasta e ho ripreso a fare le pieghe e a “fare i pugni”. 

L’odore che si spande per la casa e il sapore un po’ acidulo del pane riportano alla memoria il ricordo del passato, con il Cucciolo che, con l’eterno stupore dei piccoli, guarda la pagnotta appena sfornata e domanda: “Mamma, ma hai fatto il pane dei Templari?”


 
Questo post partecipa alla raccolta di Agosto di #pilloleistantanee