martedì 29 settembre 2015

Di pensieri "feltrosi"


Piccoli pensieri "feltrosi"...



una casetta-calamita per Carla, un'amica dell'Isola Creativa che abbiamo voluto sostenere col nostro affetto in un momento molto difficile ...


...e delle spilline da attaccare a borse o giacche. 
La foto è pessima ( e come potrebbe essere altrimenti?), ma "dal vivo" sono veramente carine. 
Quale vi piace di più?

Con questo post partecipo a  

venerdì 25 settembre 2015

Dei libri dell'anno 43 : L'amore graffia il mondo




Quando ho letto L'amore perfetto di Riccarelli, qualche tempo fa, l'ho trovato bello, molto ben scritto, ma troppo lento. Per questo, quando l'Amica Lettrice, fra i libri che mi ha prestato per l'estate, mi ha proposto L'amore graffia il mondo, ero un po' restia a prenderlo. Avevo voglia di evasione, di gialli e sciocchezze da spiaggia, non me la sentivo di imbarcarmi in letture impegnative, ma poi l'ho portato al mare, riservandomi di affrontarlo in un altro momento. In realtà le mie letture sono poi state valide e serie e anche questo libro è entrato nel calderone estivo.

Il libro è molto bello. E' uno spaccato di storia italiana del secolo scorso, vista attraverso le vicende  di una famiglia ma, soprattutto di una donna, Signorina, di cui seguiamo l'intera esistenza, dalla nascita alla morte.
Signorina è forte: il suo è (profeticamente) il nome di una locomotiva e lei per tutta la vita non fa altro che "tirare", spingere i suoi verso la sicurezza e il benessere, sacrificando alla sua famiglia d'origine (e poi a quella formata col matrimonio con Beppe) ogni momento della sua vita.
Signorina è brava a scuola, ma non può continuare gli studi. E' una femmina: sufficiente che sappia leggere, scrivere e far di conto.
Signorina ha un dono: uno strano omino con gli occhi a mandorla le ha passato, quand'era bambina, la capacità di creare, con poche pieghe nella carta e, poi, nella stoffa, abiti bellissimi ed esclusivi. E' talmente brava che la maestra di taglio alla quale, finalmente, il padre le consente di andare, la mette a parte dei suoi segreti. Vorrebbe aprire una sartoria tutta sua, ma la guerra prima e le problematiche familiari poi, le impediranno sempre di realizzare il suo sogno.
Signorina ama troppo. Signorina ama troppo gli altri e troppo poco sé stessa. Per tutta la sua vita non fa altro che annullare i suoi sogni, le sue speranze, i suoi desideri per condurre qualcuno: la madre, il padre, i fratelli, il marito, il figlio...e lei? Chi porta lei? Ed ecco il suo dramma, crudele, inatteso, che ti lascia spiazzato.
Leggere la storia di Signorina mi ha fatto male. In lei ho rivisto tante donne che ho conosciuto, nella descrizione dei bombardamenti e delle case sventrate,  nei conti che non tornano fatti sul tavolo di cucina ho risentito i racconti di mia nonna, nella dedizione al figlio malato ho visto le tante madri che non dormono per vegliarli, nella drammatica scena dell'aborto ho visto il dolore che ancora oggi spinge a considerare un bambino non "programmato" un lusso e, quindi, indesiderato.
La conclusione del romanzo sembra ingiusta e arriva troppo in fretta.

Mi sono emozionata e la Stella, uscita dall'acqua, mi ha trovato sulla sdraio quasi in lacrime e lì, allora, le ho ricordato che non ci si deve mai annullare, che è fondamentale riservarsi uno spazio per coltivare (e realizzare, si spera) i propri sogni, che bisogna imparare anche a dire qualche no a chi amiamo, perché il primo amore lo dobbiamo a noi stessi ed è quello il punto di partenza di tutto.

(per il venerdì del libro)

lunedì 21 settembre 2015

Di Zucche e di Autunno

Sarà che questa Estate è stata interminabile, sarà che far lezione a 25 ragazzi grondanti e sventolanti (mentre tu stessa sei grondante e sventolante), con una temperatura esterna di 33° (e una percepita di 38°) è un'impresa titanica, sarà che non si dorme bene neanche con la finestra aperta, sarà che il pensiero va all'anno scorso di questi tempi  (e qui parte il rimpianto!), ma Dolcezze ha bisogno dell'Autunno.
Per questo, oltre alla danza della pioggia e altri riti apotropaici, ha deciso di creare atmosfera a casa, e questo è il risultato: un centrotavola "zuccoso"


I lettori più "vecchi" riconosceranno la zucca arancione, che è  stata un vecchio fuoriporta e che ora ha "rimodernato", le altre sono nuove di zecca, frutto di una serata di cartoni animati col Cucciolo.

 
Ovviamente si tratta di zucchette semplificate, fatte senza macchina da cucire, ma sono simpatiche lo stesso.

E tra l'altro, sono servite allo scopo: STA PIOVENDO! Speriamo che l'aria si rinfreschi! 


venerdì 18 settembre 2015

Dei libri dell'anno 42: La casa di tutte le guerre



Non so se vi ho mai parlato dell’Amica Lettrice, la spacciatrice di libri da cui mi rifornisco abitualmente, quella che non sbaglia quasi mai a scegliere un libro e legge montagne di romanzi. 
A lei devo la scoperta di autori sconosciuti.

Con lei, ben prima di conoscere voi lettori che vi confrontate con me nel web, scambiavo opinioni, giudizi, critiche , sperimentando la bellezza di una lettura da diversi punti di vista, proprio perché i libri parlano in modo diverso a ciascuno di noi.

Difficilmente ci siamo trovate in disaccordo su qualcosa (a parte HP che si è sempre rifiutata di leggere e L’eleganza del riccio, da lei odiato e che, invece, pur con qualche distinguo, a me è piaciuto molto).

A lei devo la gran parte dei libri letti quest’estate (anche perché lei è una lettrice vorace) e soffro perché anche lei si sta convertendo all’e-book…e lo scambio diverrà impossibile.

Perché questa lunga premessa? Perché il libro di cui parlo oggi per il venerdì del libro mi è stato passato con queste parole: “E’ un libro delicatissimo, ti piacerà”.

Penso che questa aggettivazione sia perfetta e l’Amica Lettrice, conoscendomi, non ha sbagliato nel consigliarmelo.


E’ l’ennesima storia di donne: due bambine, una fedele governante, una nonna, zie e prozie, ed è la storia di un’estate, quella del ’67, che sarebbe l’estate dei capelloni, della musica di Caterina Caselli e di Patty Pravo, ma che per Silvia, che vive a Bologna, è l’estate della ricerca, della scoperta e della “maturazione”. Non possiamo certo definirlo un romanzo di formazione, ma certo la bambina viziatella, unico rampollo di un’importante famiglia di “feudatari” romagnoli, nel corso del romanzo cresce e assume un ruolo diverso.

Silvia ha 10 anni e mezzo, è alta 1.38 m, ha tagliato i capelli a caschetto e vuole fare l’indossatrice. Finita la scuola parte per il paese, per trascorrere l’estate con la Nonna, una signora inglese molto elegante e raffinata, che vive in un’enorme casa con parco annesso (da cui non esce quasi mai) in compagnia della Bea, la vecchia e fedele governante. Nella villa la vita segue ritmi lenti e ripetitivi, come i “ricevimenti pomeridiani” della Nonna,  in compagnia dei “matusa” rinsecchiti, compagni di una vita.

Qui Silvia è la principessa del palazzo, gioca coi suoi amichetti, fra cui ha già scelto il suo futuro sposo, riflette sul dramma della sua bassa statura e si terrorizza al pensiero di somigliare alla zia Prospera, la strega bigotta che è costretta dalla buona educazione ad omaggiare e baciare.

Nel tranquillo equilibrio irrompe una strana bambina, Lisa, con la quale Silvia ha uno scontro che la vede perdente, e che poi diventa la destinataria del suo progetto “salvifico”. Lisa infatti è orfana, ha un padre ubriacone e comunista, vive di pubblica carità e, nonostante la sua bellezza, è sporca e sboccata nel linguaggio. Per questo Silvia la deve salvare.
Il suo piano funziona: le due bambine diventano amiche e condividono parte dei pomeriggi estive nascoste in una zona del parco, l’una al di qua, l’altra al di là del cancello, mentre parallelamente Silvia conduce un’indagine all’interno della grande casa, che le consentirà di giungere alla verità nascosta da anni.
La casa, ricca di piani e di stanze e con un’intrigante soffitta è, infatti, la custode di un segreto che Silvia riuscirà a svelare anche con l’auto della zia Maggie, l’eccentrica prozia inglese, pittrice talentuosa e gran chiacchierona.
Lo scioglimento è troppo rapido, e per me questo è il limite del romanzo, che pure è di piacevolissima lettura. L’utilizzo continuo del punto di vista della bambina fa sì che noi non ci interroghiamo sulle incongruenze della storia, ma prendiamo per buono tutto quello che ci viene raccontato. Molto bella la descrizione della Nonna, i cui atteggiamenti nella prima parte ci sembrano molto british, ma che poi scopriamo nascondere un dolore profondo.

Chi legge questo blog da un po’ conosce le mie estati da bambina e sa quanto io abbia amato e ami la GrandeCasa. Questo mi ha molto condizionato nella lettura del romanzo, in cui, in gran parte, mi sono riconosciuta. 
Le merende in giardino, gli amici dell’estate, le cantine e le soffitte da esplorare… era il mio mondo e anch’io ero l’unica bambina principessa del castello. Facile, quindi, il processo identificativo, anche se gli anni erano diversi e dalle mie parti non c’erano scheletri negli armadi. 
Il fatto poi che i bambini non fossero a conoscenza di fatti tanto importanti che li riguardavano mi ha fatto riflettere. 
In quegli anni (ma anche in quelli della mia infanzia) il mondo dei piccoli e quello dei grandi erano rigidamente separati, almeno all'interno delle famiglie più attente. I pettegolezzi (o peggio i racconti scabrosi) non arrivavano ai bambini che vivevano nel loro mondo ovattato e "protetto". Oggi, invece, spesso ai piccoli non è risparmiato nulla: in televisione, di fatto,  non esistono più fasce protette e il genitore non riesce spesso ad evitare che le brutte storie arrivino ai bimbi.
E forse questo ci dovrebbe far pensare.


lunedì 14 settembre 2015

Di ricette (e) di scuola



Se vuoi preparare un buon anno scolastico, segui questa antica ricetta:

ad un soffritto di saggezza, impegno e passione educativa, aggiungi due cucchiai di accoglienza uniti a un cubetto di credibilità. Prepara una mistura di preparazione e collaborazione e non dimenticare la fiducia negli altri; aggiungi un bel po’ di entusiasmo e ottimismo e cuoci a fuoco lento con molta diplomazia e pazienza. Inforna al calore della mitezza, elimina ogni traccia di sconforto e di fastidio e impiatta decorando con qualche ciuffetto di ironia e di buon senso. Non esagerare col sale dell’insofferenza e ricordati di consumare questo piatto in compagnia, perché questa specialità non si può gustare da soli.


Se, poi, vuoi un’immediata carica di energia per affogare il dolore della fine delle vacanze o un aiuto per far alzare i bambini al mattino,  puoi fare come Dolcezze e preparare un buon ciambellone di ricotta, mescolando 3 uova con 300 gr di zucchero, 150 gr di burro, 300 gr di farina, 250 gr di ricotta, 1 pizzico di sale e 1 bustina di lievito per dolci. 
Se vuoi puoi aggiungere all’impasto anche delle gocce di cioccolato. 
Cuoci in forno caldo a 180° per 40 minuti circa...
e buon anno scolastico!

martedì 8 settembre 2015

Della "guantiera"




Arrivavi lentamente, coi tuoi passetti piccoli, ti sedevi su una sediolina bassa, avvicinavi a te l'enorme scodella che conteneva non so quanti tuorli e tanto zucchero e con un cucchiaione di legno più lungo di me cominciavi a sbattere con colpi lenti, costanti, "inesorabili". 
Non mutavi mai il tempo: il tuo movimento era quasi ipnotico e mi sembrava di udire i rintocchi lontani di una campana o il rimbombo ritmico di  un suonatore di grancassa. Alla fine ottenevi un composto bianco e spumoso e allora aggiungevi l'olio, la farina e tutto quello che serviva per fare le ""taralle", che poi pennellavi sulle teglie con tocco d'artista e infilavi nel forno.
Oppure, su quella stessa sediolina, tagliuzzavi a pezzetti piccolissimi la parte bianca del cocomero, da dare in pasto alle tue galline "Così poi fanno le uova più buone".
A fine mattinata o nel pomeriggio, poi, quando il sole girava, ti mettevi nell'altra stanza, prendevi il librone dall'armadio, inforcavi gli occhialini rotondi  e iniziavi a leggere per me, che, piccolina, mi mettevo ai tuoi piedi e pendevo dalle tue labbra. Poi riponevi il librone e cominciavi a raccontare le storie della casa, di quelli il cui sangue scorre nelle mie vene e che io conosco solo da vecchie foto ingiallite. Intanto le tue mani veloci lavoravano coi quattro ferretti le calze che sarebbero servite "per la campagna" e di tanto in tanto chiudevi gli occhi e ti appisolavi. Allora io mi alzavo e mi sdraiavo sul divanetto a ripensare al Nonno o alla Bisnonna morta giovane o a mio padre bambino, studente diligente e figlio e fratello maturo e responsabile.
Ti piaceva ballare. A volte, la sera,  per divertire me, si spostavano i mobili, si tirava fuori il giradischi e i vecchi 78 giri e iniziavano le danze. E qui avveniva il miracolo: tu che eri goffa e pesante per le troppe gravidanze e le poche attenzioni al tuo corpo, diventavi una libellula che volteggiava nella stanza al braccio dei tuoi figli. 
Ti ho sempre vista vestita di nero. Il Nonno era morto attendendo la mia nascita e neanche il mio arrivo, un mese dopo, aveva allontanato quell'aura che ti avrebbe accompagnato per il resto della vita "Perché quando muore tuo marito, è come se morissi un po' anche tu" e tu non hai mai smesso il lutto. 
Ma non hai smesso di gioire per me. Dicevi che avevo portato l'abbondanza, contemplando le montagne di mandorle messe a seccare nelle grandi terrazze e le cipolle "chiù rossi d'à testa d'à carusedda", frutti, fra i tanti, di un'annata particolarmente generosa e vista come annuncio di una vita fortunata e felice. 
Quando uscivo per la passeggiata con le zie, passavo a salutarti. Il rituale avrebbe previsto che io ti dicessi " Vossia, benedica", ma questo io non l'ho mai fatto (riservavo questa bellissima formula al Nonno della città, che ci teneva molto e che si offese quando, ormai ragazzina, lo salutai con un "Ciao, Nonno!", per cui andò a lamentarsi da mia madre), mentre tu mi rispondevi secondo tradizione "Santa e ricca" (perché cosa vuoi augurare a chi ami se non la salute dell'anima e la sicurezza materiale?). Lo Zio aggiungeva "Sana, santa e ricca! Perché se non c'è la salute che te ne fai del resto?" E lei rispondeva "Prima di tutto santa, perché se non hai la coscienza a posto, che te ne fai del resto?"

Oggi, alla fine del pranzo, la Zia è comparsa con la "nguantera" di pasta reale e lì ho avuto un dejà vu: mi sei comparsa davanti tu, coi tuoi passetti piccoli e lenti, con le braccia protese per dare (che fossero i dolci, o le carte da 10000 lire grandi, distese, o gli spiccioli per la fiera "Perché mia nipote deve avere i soldi suoi per comprare quello che vuole, non deve chiedere niente a nessuno"), ho risentito il suono della tua voce, il tuo dialetto stretto che "traducevi" in italiano, ma che io capivo benissimo, anche se era così diverso da quello della Città. Ho risentito il tuo abbraccio morbido, ho rivisto il tuo vestito nero, con l'immancabile grembiule, e la tua crocchia grigia, mai diventata bianca, e la tua assenza, a distanza di più di trent'anni, è diventata più dolorosa. 
Poi mi sono girata e ho visto  le mani rapaci dell'Erede che assaliva le paste, il Cucciolo col naso sporco di zucchero a velo, la Stella che faceva foto... e ho ricordato che la tua vita è passata attraverso me in loro e allora il rimpianto è divenuto gioia.